Inatteso brillio

scritto da DariaPotok
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Una giovane è vittima di un tradimento sui generis.
- Nota dell'autore DariaPotok

Testo: Inatteso brillio
di DariaPotok

Qual è il giorno giusto per tradire?
Era il lontano 2013 quando, a passeggio con la mia amica di mezza vita, avevo dichiarato con ostinazione che mai e poi mai avrei messo piede sul famigerato Ponte Curto, inaugurato in pompa magna qualche mese prima dall’amministrazione comunale.
Non mi ero mai considerata un’esperta di forme, intendiamoci, ma quell’obbrobrioso accostamento di architetture – moderna da un lato, ottocentesca dall’altro – suscitava in me una tale repulsione da spingermi a quel rifiuto granitico. A differenza della maggior parte dei miei coetanei, che subivano il fascino delle metropoli statunitensi dove grattacieli d’acciaio si accalcano su biblioteche o chiesette dalle linee neoclassiche, io non potevo, né posso tutt’ora, soffrire combinazioni di questo tipo. Nella mia testa equivaleva ad indossare un’elegante gonna a tubino sotto una maxifelpa dalla fantasia coloratissima – e quale donna avrebbe mai osato tanto? Eppure le città odierne venivano abbigliate così.
“Medea, a volte sei allucinante!”, aveva commentato Luisa con la sua consueta schiettezza, ed io avevo ribattuto con altrettanta franchezza che le priorità nella gestione di un centro urbano erano ben altre, che mi pareva un assurdo spreco di risorse finanziarie e, soprattutto, che chiunque avesse autorizzato quel progetto doveva starsene in ufficio unicamente per mantenersi al caldo nelle stagioni fredde e al fresco durante l’estate.
Insomma, inutile nasconderlo oltre: vedere il luogo dove ero nata e cresciuta deturpato da quelle oscenità dapprima seminate qui e là in cantucci lontani dal centro storico e in un secondo momento installate di prepotenza nelle aree più suggestive mi faceva risalire la bile. Non si trattava di un mero capriccio, era proprio una questione di malessere mio, interiore ed interno.
“Il progettista se ne farà una ragione, della tua diserzione.” aveva riso la mia cara Luisetta scuotendo i suoi riccioli biondi. “In tanti ne approfitteranno, invece, per accorciare le distanze–”
“...e camminare meno.” avevo concluso io che, per quanto non fossi particolarmente sportiva, apprezzavo invece le infinite passeggiate sul lungomare e fra le viuzze del Borgo Teresiano. “Non riesco proprio a capire come si possa concepire un orrore del genere, rovina tutta la prospettiva… e poi, con queste luci da discoteca…”
Ci eravamo fermate a pochi metri dall’imboccatura della passerella, imbacuccate nei nostri giubbetti autunnali, ad osservare l’andirivieni di persone che, incuranti dell’estetica, si dirigevano ora verso Via Trento, ora verso Via Cassa di Risparmio, mentre l’abbacinante piastra violacea sotto le loro suole inghiottiva i loro passi.
“Che poi...” avevo rincarato la dose qualche istante più tardi, “Quando hanno ufficializzato il progetto, i cittadini hanno raccolto firme su firme, scritto lettere lamentose al quotidiano locale, pubblicato decine di video di malcontento in rete... e poi, guarda qua, come se niente fosse ci passano tutti.”
“Dai, smettila di farti il sangue amaro. Andiamo a bere la nostra cioccolata calda.”
Ed ero stata strattonata via al pari di un bimbo bizzoso che al supermercato s'impunta per ottenere ciò che vuole.
Nella mia giovinezza ero sempre stata, come spesso sottolineavo nei miei monologhi interiori, fedele a me stessa. Da bambina mi era stato insegnato che l'impegno preso, così come la parola data, avevano un valore inestimabile e che, obbligatisi in qualcosa, non ci si poteva tirare indietro; e così, estendendo l'applicazione di quest'ammaestramento, ero giunta alla conclusione che, una volta maturata una decisione, dovevo restarvi coerente – in fondo era come stringere un patto con me stessa – ed era dunque impossibile smuovermi.
Trascorsero così ben dodici anni durante i quali mi distinsi fra le mie amiche come la rompipalle che costringeva il resto della comitiva al giro lungo. Neppure quando ebbi trovato un impiego stabile in una delle vinerie di Via Rossini mi piegai a passare per il celebre Passaggio Joyce: facendolo avrei potuto guadagnare dieci minuti di sonno, ma non m'importava, non potevo reggere l'ipocrisia né l'opportunismo e non avrei mai posato piede su quell'abominio.

Quella domenica mi toccò un turno di straordinari in vista dell'ormai prossima corvée natalizia. I miei colleghi erano tutti accasati con prole, perciò quando potevo venivo loro incontro sollevandoli dalle incombenze di questo tipo. La mia bontà fu ricompensata da una giornata pressoché inattiva, poiché, esauriti i curiosi di provenienza estera condotti in città dalle navi da crociera, la maggior parte della clientela locale si sarebbe svegliata solamente più in là, per contraccambiare all'ultimo momento una strenna inaspettata con un aperitivo di qualità.
Abbassai la serranda con un sonoro sbadiglio. Dopo quel pomeriggio di noia non vedevo l'ora di tornare a casa dalla mia bellissima micia Pie, sino ad allora unica compagnia nel mio micragnoso monolocale. Vero, di anni ne avevo solo ventinove e le probabilità di incontrare l'uomo giusto erano ancora piuttosto alte, eppure a volte mi sembrava di essere rimasta indietro rispetto alle mie amiche, conviventi o per lo meno fidanzate. Forse non avevo colto le occasioni giuste, riflettei mentre m'incamminavo verso la fermata dell'autobus, o forse ero rimasta impastoiata nei miei tentennamenti, prigioniera delle mie remore e dei miei confini autoimposti.
Armeggiai nel taschino del giaccone in cerca dell'accendino e delle sigarette. L'aria cruda delle prime ore serali mi sferzò con violenza il viso e mi dissuase dal mio insalubre proposito. Sospirai levando lo sguardo verso il cielo punteggiato solo timidamente di stelle e stringendomi nella spessa stoffa del mio giacchettone.
Ripensai alle scelte dei miei ultimi anni, ai bivi che si erano palesati davanti ai miei occhi e di fronte ai quali mi ero fermata a meditare, a ponderare, a rimuginare sui se e sui come. Mi tornò in mente Gianluca, la sua proposta di abbandonare l'Italia e reinventarci altrove. Rividi come in un film il mio rifiuto categorico, motivato con uno dei miei personali capisaldi morali, ovvero il diritto di vivere nel luogo dove si è nati e di lottare affinché questo si concretizzi. A nulla erano valse le lusinghe di lui sulle nuove prospettive che si sarebbero schiuse per noi come individui e come coppia: la saldezza delle mie idee aveva prevalso e della nostra unione quinquennale non erano rimaste che delle nostalgiche fotografie salvate in qualche chiavetta.
Lo sciabordio delle onde del Canal Grande contro le barchette abbittate mi ricondusse al presente. M’incantai per un momento ad osservare come l’acqua accostasse i visi delle piccole imbarcazioni e, complici i ricordi di poco prima, vi lessi i profili di due giovani amanti tremanti, e goffi, nelle loro prime effusioni. Non potei esimermi dal sorridere.
“No, no, mollalo!”
Il grido mi fece sobbalzare. Proveniva dall’altro lato del canale, là dove la Via Bellini si congiungeva con la Via Cassa di Risparmio. Portai istintivamente lo sguardo in quella direzione e notai una ragazza attorno ai vent’anni che stava disperatamente tentando di trattenere un MacBook che un uomo dal volto parzialmente coperto voleva sottrarle.
Incredibilmente non c’era anima viva al di fuori di loro e di me.

Lei non mi notò – altrimenti credo che avrebbe invocato il mio aiuto – e, a denti stretti, tentando in mantenersi in equilibrio, seguitò ad artigliare gli angoli del portatile. Era inequivocabile che il delinquente volesse rubarle quella sua proprietà per rivenderla ed intascarsi un bel gruzzolo. Doveva aver gironzolato per la zona in attesa di un'occasione propizia e quell'universitaria sola soletta, forse appena uscita da una delle sedi distaccate della biblioteca civica o addirittura dell'ateneo, era la preda perfetta.
“Mollalo, c'è dentro il materiale per la tesi!” ansimò lei.
Deglutii.
I miei occhi cercarono un passante che potesse darle manforte, una guardia giurata fuori servizio, un vigile urbano in ricognizione, insomma, una persona qualunque in grado di intervenire e mettere in fuga quel malfattore... invano. Se qualcuno poteva soccorrerla, si trattava di me.
Deglutii ancora.
Poco importava se mi fossi mossa verso Riva Tre Novembre o verso Via Roma: nemmeno correndo a perdifiato avrei fatto in tempo a raggiungerla. L'unica maniera era andare in linea retta.
Ovverosia, utilizzare il ponte.
No, mai e poi mai sarei scesa a tanto! Avevo giurato alla me stessa adolescente che giammai sarei passata per di là, a riprova imperitura del mio disappunto, e non una singola volta avevo sgarrato a quel mio proposito, neanche sotto il diluvio, neanche con la bora scura. Ligia al mio impegno, ne avevo sempre pagato le conseguenze, fossero state sgraditi pediluvi o commenti bonariamente canzonatori, e la mia coscienza era intatta come lo era stata nel decennio passato. Figuriamoci se per una sconosciuta avrei fatto traballare i miei principi! Era semplicemente inconcepibile. In fondo di brutture il mondo era pieno, non sarebbe stata né la prima né l'ultima vittima di scippo; quanti episodi, in pieno giorno, la gente non vedeva? E quanti altri ne vedeva ma faceva finta di non vedere? Era sufficiente che girassi i tacchi e bighellonassi in altri lidi fintantoché tutto non si fosse concluso.
Deglutii di nuovo.
Di brutture il mondo non era soltanto pieno; ne era saturo. Il male sembrava ormai aver preso piede senza che nessuno si prendesse la briga di contrastarlo. Serpeggiava indenne fra i banchi, fra le cattedre, fra le scrivanie, fra le teche, fra gli scaffali, fra i marciapiedi, mentre tutte le affaccendate scimmiette schizzavano da un punto all’altro meccanicamente, con occhi e orecchie ben tappati, finendo di quando in quando col muso per terra per la vacuità, l’invidia, la solitudine, il dolore, il lutto. Le fiammelle di tutte loro, con cui erano nate e per mezzo delle quali avrebbero dovuto rischiararsi vicendevolmente, venivano prima o poi soffocate da uno dei tanti spegnitoi di cui è tempestato il mondo.
...la mia era già stata spenta o ardeva ancora?
Ghermii con la mano sinistra il corrimano del Passaggio Joyce e mi ci issai sopra.
Tradimento! Una falcata dopo l’altra, il mio corpo stava divorando quei 25 metri d’acciaio incurante delle mie convinzioni etiche, stava stracciando una delle innumerevoli firme che avevo apposto in altrettanti accordi siglati con me stessa, stava trascinando nella polvere la mia integrità e la mia costanza!
A passo di carica, quasi fossi un torello in preda agli ormoni, mi scagliai sull’uomo con tutto il mio peso, costringendolo ad un rovinoso capitombolo contro uno dei blocchi di marmo che fungevano da panchine in quell’area; il computer, nell’impatto, finì al suolo, ma la studentessa ebbe la prontezza di riacchiapparlo subito. Dal canto mio non persi tempo e fui egualmente rapida ad afferrarla sottobraccio, come avevo fatto con Luisa quel novembre di tanti anni addietro, per poi scattare via con lei.
Ci fermammo solamente dopo aver raggiunto il colonnato della Chiesa di Sant’Antonio Nuovo, ambedue boccheggianti, lei con la treccia spettinata ed io con i quadricipiti brucianti per lo sforzo. Mi appoggiai ad una delle colonne e mi lasciai scivolare giù per riprendermi da quella folle corsa, mentre l’altra, evidentemente timorata di Dio, si faceva un fugace segno della croce.
La guardai e le lanciai un impacciato sorriso.
“Grazie.” mi sentii dire.
La mia coscienza non aveva mai brillato così intensamente.

17 – 20 novembre 2025 ©Daria Potok

Inatteso brillio testo di DariaPotok
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